Sandro Bonvissuto

sandro-bonvissuto-einaudiSono nato il 1 giugno del 1970 a Roma; qui vivo, leggo e scrivo. Mi sono laureato in filosofia alla sapienza e da anni lavoro nella trattoria “La Sagra del Vino”; potete trovarmi qui ogni sera. www.sandrobonvissuto.it. C’è un esordio molto particolare di cui ci preme parlare: Dentro, di Sandro Bonvissuto, un libro assolutamente senza paragoni, che uscirà il 22 maggio nei Supercoralli (si tratta di un esordio a tutti gli effetti perché, anche se l’autore ha già pubblicato un volume di racconti con Amaranta editrice nel 2010, quel libro per varie traversie non ha avuto distribuzione). Sandro Bonvissuto è un autore davvero un po’ speciale, di quelli che inciampano nella letteratura senza volerlo, andando dietro ad altro: alla vita, prima di tutto, e poi ai pensieri, che nella sua scrittura sono centrali. Pensieri strani, che hanno dentro un sedimento che ci ha messo molto tempo a depositarsi, magari sghembi, spiazzanti, spuntati come funghi, ma poi coltivati come ne andasse del senso di tutto: insomma si tratta di pensieri pensati a lungo e pensati bene, che non puoi fare a meno di sentire tuoi. Pensieri pieni di umanità. Dentro è la storia di un uomo raccontata a ritroso, dall’età adulta all’infanzia, attraverso tre momenti capitali della sua vita. La reclusione in carcere, l’amicizia tra adolescenti, una giornata estiva in cui un bambino impara ad usare un padre e una bicicletta (“la cosa viva più immobile che abbia mai conosciuto”: definizione che si riferisce al padre e che, rovesciata, vale per la bicicletta). Bonvissuto ha un’attitudine da speleologo dell’esistenza: le sue intuizioni si mescolano sempre a percezioni scandagliate, felicità assaporate, umiliazioni patite, declinazioni del sentimento dell’esistere restituite con la naturalezza e la potenza dell’acqua che scava in profondità. Ed è questa la prima cosa che si sente, leggendo Dentro: la forza d’urto di una scrittura sorgiva e filosofica che sa convincere ed emozionare perché è al di fuori di ogni canone. E’ una questione di vitalità contagiosa, d’intelligenza, d’umanità, di sguardo sul mondo. C’era un uomo lí dentro che tutti i giorni, all’ora d’aria, usciva con gli altri in cortile, lo attraversava interamente e arrivava, camminando a passi lenti, fin sotto il muro di cinta, ma talmente sotto che riusciva a toccarlo col naso. Per guardarlo cosí da vicino da non vederlo piú. Una volta l’avevo fatto anch’io. Ero arrivato talmente sotto il muro da perdere la visione laterale degli occhi. Talmente sotto il muro da vederne solo il colore. Compresi allora la seguente cosa: il muro è il piú spaventoso strumento di violenza esistente. Non si è mai evoluto, perché è nato già perfetto. E ti accorgi di tutta la sua potenza soltanto quando vedi un muro in funzione. Perché non tutti i muri funzionano; quelli che incontriamo nella vita di tutti i giorni, ad esempio, non sono veri muri. Sono interrotti, oppure hanno delle porte, insomma si possono in qualche modo aggirare o attraversare. È come se fossero degli ordigni disinnescati. Dei muri a salve. Quelli che stanno lí dentro no. Funzionano. E bene. Nonostante le apparenze, il muro non è fatto per agire sul tuo corpo; se non lo tocchi tu, lui non ti tocca. È concepito per agire sulla coscienza. Perché il muro non è una cosa che fa male, è un’idea che fa male. Ti distrugge senza nemmeno sfiorarti. Lí dentro ho visto anche gente piangere davanti ai muri, davanti alla caparbia ostilità della materia. Perché, se funzionano, i muri sono tutti del pianto. Stanno lí. Mille volte li guardi e mille volte li vedi fermi. Fanno male da soli. Ed è inutile farci amicizia; se li tocchi, le tue dita non lasciano segni su quella materia. Il muro di recinzione è certo una cosa ostile all’umanità. E costruire un muro è fare una cosa contro. Perché ormai è chiaro che i muri non possono essere a favore. bonvissuto einaudi E purtroppo non esistono muri fatti contro qualcosa, perché i muri sono sempre fatti contro qualcuno, contro gli esseri viventi. Quando costruite un muro dovete saperlo che sarà certamente contro qualcuno, anche se non sapete contro chi. Bisognerebbe rifiutarsi di costruire muri di cinta. Anche se ci pagassero”. Il fatto è che quella di Sandro Bonvissuto è una testa rara: semplice e complessa. Cioè, naturalmente complessa. Capace di folgorazioni restituite senza esibizionismi. Lo si vede anche nelle mail che scrive, quando ti dice: “adesso vado a prendere Marietto a scuola e ci mangiamo un pezzo di pizza sdraiati su qualche muretto (a primavera i muretti di travertino si riempiono di quegli strani ragnetti rossi del marmo; stanno anche su tutte le scalinate delle chiese o dei palazzi. Corrono ovunque, sempre, e sembra che ognuno di loro abbia un sacco di cose da fare. Se ti ci siedi sopra ti restano tutte macchiette rosse sul culo, il segno di quelle piccole e inutili rivoluzioni. Ma te ne accorgi solo a casa. Io rimarrei a guardarli per ore)” . Bonvissuto fa il cameriere da tanti anni in un’osteria romana; prima lavorava col padre al mercato ittico, poi ha fatto il parcheggiatore e chissà cos’altro, nel frattempo si è laureato in filosofia con una tesi su Merleau-Ponty e ha fatto due figli, con cui sta tutti i pomeriggi prima di passare la nottata in trattoria. Ed è per questo che continua a lavorare in trattoria: perché di giorno vuole avere tempo per stare con i suoi figli, e anche perché si è affezionato alla famiglia del gestore, e lì si sente a casa. Da Candido: così è conosciuto il locale, anche se sull’insegna c’è scritto La sagra del vino. Ed è lì che sono andata a cercarlo, su suggerimento di una persona che mi aveva passato un suo scritto. Mi serviva al tavolo e intanto io gli dicevo, tra una portata e l’altra, assurdamente, quanto mi aveva colpito ed emozionato quello che avevo letto. E Candido gli diceva: Siediti, Sandro, parla tranquillo con la signora. Lui si sedeva un minuto e poi saltava su come una molla e si rimetteva al lavoro. Quello che avevo letto, e che mi aveva portata fin lì, erano brani come questi, in cui viene raccontata l’esperienza del carcere, “infinito inumano”: Mi presero le impronte delle dita. Dopo aver raccolto tutte le mie generalità e fatto le fotografie, mi presero anche le impronte delle dita delle mani. E ora stavano su un foglio, sopra il tavolo, proprio davanti a me; sembravano un segreto svelato, una cosa che, fino a poco prima, era intima e privata, e che invece d’ora in avanti tutti avrebbero potuto vedere. Senza dovermi chiedere niente. Le guardavo. Era come se mi avessero tolto qualcosa di mio per sempre, come se quelle impronte me le stessero rubando. Per un attimo provai forte il desiderio di riprendermele. Ma mi guardavano tutti. Avrei dovuto quindi lasciarle lí, come un’altra cosa in piú che si aggiungeva a tutte quelle che avevo già perso o dimenticato in qualche posto. Da quel momento in poi avrebbero continuato a vivere ma senza di me. E io senza di loro. M’invitarono a consegnare loro tutto ciò che avevo ancora con me, mi dissero di metterlo sopra la scrivania. Dopo averlo scomposto in ogni sua parte, uno di quelli che stava lí ne fece un inventario, descrivendo gli oggetti su un modulo, poi mise tutte le mie cose dentro delle buste. Non è bello vedere le proprie cose finire dentro delle buste di plastica trasparente. Perché fondamentalmente la busta è qualcosa che ha a che fare con i morti. Anche quando andiamo al mercato a fare la spesa usiamo le buste per metterci dentro roba morta. Non ho mai visto una cosa viva dentro una busta. A parte i pesciolini rossi vinti al luna park che, se non li togli subito da lí come arrivi a casa, poi muoiono. È cosí: la plastica e la vita non vanno d’accordo.